Harvey (1950)

“Harvey ed io ci sentiamo come riscaldati in quei momenti: siamo entrati come estranei e ci sentiamo fra amici. Ci vengono vicino, si siedono, beviamo insieme, e parlano con noi, ci dicono delle immense terribili cose che hanno fatto, delle immense stupende cose che faranno: le speranze, i rimpianti, gli amori, le avversioni… Tutto immenso, perché nessun uomo porta mai niente di piccolo in un bar.

Il film narra le vicende di Elwood, un tranquillo signore celibe di mezza età, che vive in un piccolo paese assieme a sua sorella e sua nipote. Da quando è venuta a mancare sua madre Elwood ha cominciato a bere, ma da allora ha fatto la conoscenza di un nuovo amico di nome Harvey. Harvey è  un coniglio bianco, alto quasi due metri, che vede soltanto Elwood e col quale durante l’arco della giornata discute del più e del meno. Questo fatto diventa un problema per la sorella, che per tali motivi non riesce ad accasare la figlia, più che matura d’età, e che la spinge a pensare di affidarlo ad una casa di cura per malati mentali, ma la cosa si rivelerà assai difficile dato un serie di equivoci e fraintendimenti.

È una commedia, geniale perchè riesce, con l’espediente degli equivoci e del paradosso, a lanciare tra i sorrisi e senza annoiare, un messaggio importantissimo.

Ciò che più colpisce guardando questo film è il fatto che l’effettiva presenza del coniglio a poco a poco non viene più considerata come una pazzia, ma come una reale possibilità: i vari personaggi infatti nello svolgersi delle vicende vengono colpiti dalla straordinaria umanità di Edwood ogni qual volta si rapportano con lui per cercare di capire chi sia in realtà. Egli ha una capacità di stringere rapporti umani sinceri con tutti, fuori dal comune, tanto che arriva a conoscere meglio quelli con cui sta parlando di quanto loro stessi facciano; Elwood è un allucinato gentile, amabile e cortese con tutti, capace di placare anime e tirare fuori il meglio dagli altri. Nei dialoghi intrattenuti con i vari personaggi (mirabile quello con i medici che tentano di riportarlo in manicomio) si viene sempre a creare un clima di famigliarità che spinge i vari protagonisti a fidarsi ciecamente di lui e a rivelargli i loro desideri più profondi, quasi vedessero in lui e nel coniglio che solo lui vede una possibilità di risposta totale ad essi: una possibilità di felicità.

Qualcuno giura di averlo visto, quel gigantesco coniglio bianco di nome Harvey. Esiste davvero oppure no? Forse poco importa saperlo. Harvey è una presenza rassicurante, gentile, prodiga di buoni consigli. Forse solo il candore di Elwood, gli consente di considerarlo il suo migliore amico, di portarlo sempre con sé.

Al di là di tutte le situazioni che si creano nel film, tra equivoci, tensioni tra i vari personaggi, situazioni comiche, paradossali e qualche volta esilaranti, l’amico immaginario assume una valenza simbolica molto forte e concreta: angelo custode, spirito guida, amico che ci tira fuori dai guai e ci salva da una realtà infelice e triste, spesso aggressiva e ostile. Forse non è pazzia, è solo bisogno di salvarci ed evadere da una vita spesso difficile.

Un film che sicuramente merita e che fa bene al cuore.

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